Negli
stessi giorni in cui il rapporto del governo australiano
“Climate change 2009, faster change and more
serious risks” conferma una velocità
di cambiamento climatico maggiore di quanto previsto
anche solo pochi anni fa e prevede conseguenze devastanti,
fra l’altro, del “rapido indebolimento
del monsone indiano”, in India sta succedendo
un anticipo di futuro da incubo. Il monsone appunto
è terribilmente in ritardo, giugno è
stato il mese più arido da oltre 80 anni a
questa parte, i pozzi sono esauriti. Risultato: una
guerra per l’acqua non oppone due stati ma vicini
di casa delle zone più misere, ridotti a lottare
per l’ultima goccia, come spiega un reportage
del quotidiano inglese “The Guardian”.
La siccità
colpisce dal Gujarat all’Andhra Pradesh, dal
Punjab all’Uttar Pradesh al Bihar. Perfino a
Mumbai, in genere colpita da piogge torrenziali e
inondazioni, le autorità hanno dovuto tagliare
del 30% la fornitura di acqua alle case perché
il livello dei laghi da cui la metropoli dipende è
molto basso. A Bhopal, chiamata “la città
dei laghi”, il lago artificiale più grande,
vecchio di mille anni, si è rimpicciolito da
38 chilometri quadrati a 5. La popolazione ha acqua
dal rubinetto per 30 minuti al giorno un giorno sì
e uno no da ottobre. E la mancanza dei monsoni a giugno
ha peggiorato le cose.
Nella vicina Indore
la razione, davvero da sete, è di mezz’ora
a settimana… La mancanza di acqua, dicono i
tecnici, ha raggiunto uno stadio critico: non si sa
fin quando ci sarà e quanta. A Bhopal, che
cinquant’anni fa aveva centomila abitanti e
ora ne ha 1,8 milioni, centomila persone alloggiate
“informalmente” dipendono solo dall’acqua
delle autobotti e le contese idriche erano un fatto
quotidiano anche prima di questa emergenza. Nello
slum di Pushpa Nagar, il primo rifornimento dopo due
giorni di secco assoluto ha provocato una corsa sfrenata
per riempire contenitori inverosimili: vecchie latte
di olio ma anche bidoni di vernici recuperati. Gli
slum registrati della citta’ sono 380, ma ce
ne sono molti altri “irregolari” e lì
le cisterne non arrivano. Niente rubinetto, niente
autobotte.
Come fanno? Nello
slum Balvir Nagar le donne si alzano nel cuore della
notte e camminano per due chilometri fino alla stazione
di pompaggio più vicina, dove qualcuno manomette
i tubi per far uscire un po’ d’acqua…
Giorni fa tre membri della famiglia Malviya, in un
altro slum, erano riusciti a fare un buco nella conduttura
e stavano ansiosamente cercando di riempire qualche
contenitore, quando un vicino li ha accusati di rubare
l’acqua ad altri e li ha uccisi tutti.
Nello slum di
Arjun Nagae, invece, è stato scavato con il
sostegno finanziario di un’organizzazione indiana
un pozzo di 115 metri: dà acqua a cento famiglie,
le quali contribuiscono con una piccolissima somma
mensile. Ma davvero e’ una goccia nel deserto.
Intanto a Londra
venti attivisti di Bhopal si sono presentati alla
sede centrale della Dow Chemical - multinazionale
alla quale apparteneva l’impianto che nel 1984
provocò la catastrofe di Bhopal - per distribuire
bottiglie di acqua con un’ironica spiegazione:
“Da 25 anni l’acqua di falda, gli ortaggi,
perfino il latte materno sono contaminati da quantità
tossiche di nichel, cromo, mercurio, piombo e composti
organici volatili, e Dow non si e’ ancora assunta
le proprie responsabilità”.
Non
solo: “Il caos climatico ucciderà moltissime
persone, nessuno obbliga Dow e le altre multinazionali
a ridurre le emissioni di gas serra”.
(16 luglio 2009)