Le rivelazioni dei
fisici russi Pulinets e Ouzounova: calore e gas sono le spie.
Segnali chiarissimi dall''occhio' in cielo, ma l'Italia non
ha questo tipo di ricerca
Roma,
24 aprile 2009 - Che i fenomeni elettromagnetici associati
all’attività sismica possano garantire una promettente
linea di ricerca, tale forse da portare ad una previsione
dei terremoti, è da tempo convinzione di un piccolo
ma agguerrito gruppo di ricercatori. Tra loro i russi Pulinets
— che ha avviato le ricerche nel 1994 e pubblicato i
primi modelli nel 1998-2000— e Ouzounov, autori recentemente
di studi pubblicati su "Physics and chemistry of the
earth" (2006), su "Annals of Geophisics" (2007)
e relazioni come quella presentata nel dicembre 2008 alla
conferenza della American Geophisical Union. Sulle stesse
linee di ricerca ci sono fisici americani, cinesi, indiani.
E italiani. Ad esempio il gruppo di Valerio Tramutoli, dell’Università
della Basilicata e dell’Imaa/Cnr, che nell’aprile
2008 ha pubblicato sul prestigioso "Annals of Geophisics"
uno studio sulla rilevazione satellitare dei precursori termici
in occasione del terremoto in Umbria-Marche del 1997. Trovando
anche in questo caso correlazioni positive.
IL
CAMPANELLO d’allarme era suonato eccome. Se fosse stata
creata una rete di osservazione dei precursori sismici basata
sulle tecniche di rilevazione satellitare sarebbe stato possibile
"leggere", anche in occasione del terremoto d’Abruzzo,
dei chiari segnali precursori su scala regionale. Segnali
ben più chiari del semplice radon rilevato da Giuliani
e che avrebbero potuto utilmente allertare la Protezione civile.
Ma
la rete non c’era e il segnale è andato tragicamente
perso. A rivelarlo, dati alla mano, è il gruppo di
fisici russi che ruota attorno a Sergey Pulinets (vicedirettore
del centro di monitoraggio spaziale di Mosca, dopo essere
stato all’Istituto di geofisica dell’università
di Città del Messico e prima ancora all’Istituto
per il magnetismo terrestre e la ionosfera Izmiran di Mosca)
e a Dimitar Ouzounov (Nasa/Gsfc e Chapman university) che
ieri ha presentato i dati in una comunicazione scientifica
al congresso annuale della European Geosciences Union, in
corso a Vienna.
"DA
ANNI — sottolinea Dimitar Ouzounov — osserviamo
preventivamente alcune zone ad altissima sismicità
come il Messico, la California, Taiwan, il Giappone e la penisola
della Kamchatka (Siberia) per raffinare la nostra teoria sui
precursori dei terremoti e inviamo molto riservatamente ad
una rete di colleghi scienziati degli ‘alert’
preventivi. Tra queste zone sotto osservazione non c’è
l’Italia, ma dopo il terremoto in Abruzzo del 6 aprile,
anche alla luce dell’allarme lanciato da Giuliani, abbiamo
però voluto analizzare in retrospettiva i dati del
sensore del satellite americano Noaa-Avrr che misura la radiazione
infrarossa".
"ABBIAMO
studiato i dati dal primo marzo al 15 aprile — prosegue
Ouzounov — e abbiamo effettivamente riscontrato un picco
di radiazione infrarossa nella notte tra il 31 marzo e il
primo aprile, che poi è crollato a partire dal 3 aprile.
E’ un picco coerente con gli altri previsti dalla nostra
teoria che abbiamo storicamente riscontrato da cinque a un
giorno prima di altri forti terremoti e che interessa un’area
di circa 300 chilometri di raggio tra Abruzzo e Lazio. E l’area
nella quale si è poi verificato il terremoto è
proprio al suo interno". Il grafico, che pubblichiamo,
parla da solo.
"La
radiazione termica (calore, ndr) — spiega il professor
Sergey Pulinets — è causata durante la condensazione
del vapore acqueo sugli ioni prodotti dalle emissioni di gas
radon emesso dal sottosuolo in condizioni di stress sismico.
Il riscaldamento raggiunge di media i 5 gradi Celsius ed è
chiaramente osservabile dal satellite. Per evitare falsi allarmi,
per esempio a causa di condizioni meteo particolari, noi integriamo
i dati sul riscaldamento con tutta una serie di altri parametri,
come il contenuto di elettroni nella ionosfera e la concentrazione
di radon a terra. E i risultati sono molto buoni. Nel periodo
marzo-giugno 2007, su 25 alert rilasciati, 21 erano esatti
e 4 falsi allarmi". Eppure i fisici russi sono cauti
e non parlano ancora di previsione.
"PER
POTER avere una tecnica pienamente affidabile — osserva
Ouzounov — dovremmo affinare ulteriormente il processo
per almeno un paio d’anni. E farlo lavorando assieme
ai colleghi italiani. Ce ne sono di molto qualificati".
Già, ma i soldi? "Non serve molto — ribatte
Pulinets — per partire basta un laboratorio con 5 ricercatori,
una linea dati ad alta velocità, un collegameto ai
sensori già esistenti e dei team da inviare sul territorio".
Su 8 miliardi di euro già stanziati per l’emergenza
Abruzzo, qualche spicciolo per avviare anche in Italia una
linea di ricerca innovativa e promettente parrebbe cosa saggia.
Ma chissà.