Una
ricerca ISTAT attesta che ogni giorno in Italia sette donne
in media subiscono una violenza sessuale. I dati si riferiscono
ovviamente ai casi che vengono denunciati alle autorità;
alcuni studi stabiliscono che questi rappresentano soltanto
l’8% degli episodi effettivi di violenza sessuale.
Il restante 92% delle vittime, dunque, decide per motivi
diversi (vergogna o “copertura” del molestatore,
soprattutto se all’interno del contesto familiare)
di non denunciare la violenza subita alla polizia o ai carabinieri.
Nel corso dell’estate 2005, una serie di episodi conosciuti
che si sono susseguiti in pochi giorni hanno dato l’impressione
che il fenomeno degli stupri sia in crescita. Tale impressione
potrebbe avere origine solo da una maggiore attenzione che
i media stanno riservando al fenomeno, ma potrebbe anche
essere il segnale di un malessere sociale crescente che
si trasforma in violenza ed aggressività.
Dalla lettura dei dati riportati nella citata ricerca dell’ISTAT
si scopre che solo nell’8,6% dei casi la violenza
sessuale viene praticata in un luogo pubblico. Più
spesso gli stupri avvengono nella propria abitazione (31,2%),
in automobile (25,4%) o nella casa dell’aggressore
(10%). Da tali dati si evince che nella stragrande maggioranza
dei casi l’aggressore è una persona ben conosciuta
dalla vittima, che può essere il marito o convivente
(20,2% dei casi), un amico (23,8%), il fidanzato (17,4%),
un conoscente (12,3%); solo il 3,5% dei violentatori non
ha mai visto la sua vittima prima dello stupro. Secondo
alcuni analisti, tali dati confuterebbero la tesi per la
quale l’aumento degli stupri è da collegare
alla crescente presenza extracomunitaria nel nostro Paese.
In un
articolo pubblicato alla fine di giugno 2005 sul sito oltrenews.it
(“Stupri. Fenomeno realmente in crescita e non mediatico”),
la Dott.ssa Maria Cristina Butti dell’Associazione
di Ricerca di Psicologia Analitica intravede nella crescita
dei fenomeno degli stupri “un malessere che si coglie
dal punto di vista del singolo e che si riflette anche a
livello collettivo come la manifestazione di un disagio,
di un bisogno di potere che nasconde un’impotenza
sempre maggiore che sta diventando sia psicologica sia fisica”.
Perché
agisce lo stupratore
Le motivazioni
psicologiche che sono alla base delle azioni degli stupratori
possono essere diverse, pur conducendo tutte a manifestazioni
di violenza che possono avere esiti drammatici.
Uno stupratore può agire:
per rabbia Nell’atto dello stupro, l’agente
manifesta e scarica impulsivamente sensazioni di rabbia
e frustrazione che possono avere origine da rapporti problematici
con donne diverse da quelle della vittima effettiva (la
madre, la moglie, la compagna). In questi casi, difficilmente
lo stupratore prova un vero e proprio piacere sessuale compiendo
lo stupro, ma riesce a liberare la rabbia repressa attraverso
un atto di violenza la cui intensità può essere
persino superiore al necessario.
per dominazione I sentimenti di vulnerabilità e di
impotenza dello stupratore vengono compensati da un atto
di sottomissione della vittima, che viene messa in condizione
di essere totalmente alla sua mercé, senza alcuna
possibilità di ribellarsi. Al contrario di quanto
accade nello stupro motivato da sentimenti di rabbia, in
questi casi gli stupri sono perlopiù premeditati
dall’aggressore.
per sadismo Sia la rabbia che la dominazione vengono ”liberati”
attraverso il piacere sessuale che prova l’aggressore
nel brutalizzare, quasi sempre premeditatamente, la sua
vittima.
per opportunità L’aggressore, che in ogni caso
cova uno dei sentimenti sopradescritti, agisce in conseguenza
delle opportunità che gli vengono profilate, ad esempio
durante una rapina o un furto.
Come
agisce lo stupratore
Sia
che egli abbia scelto la sua vittima e quindi premeditato
l’atto di violenza, o che si trovi a compiere l’atto
in una circostanza occasionale, lo stupratore farà
sempre in modo che la vittima sia isolata e incapace di
reagire o di attirare l’attenzione di altri su di
sé.
Dopo aver individuato la sua vittima, egli cercherà
di entrare in contatto con lei, conquistare la sua fiducia
per poi agire “a sorpresa”, in situazioni di
isolamento e di vulnerabilità che consenta di sopraffarla
fisicamente.
Al termine dello stupro vero e proprio, l’uomo potrà
scegliere se accanirsi ulteriormente sulla vittima o se
eliminarla fisicamente.
Come
difendersi
Individuare
il profilo psicologico dello stupratore, ovvero riconoscerne
le motivazioni e prevenirne le mosse rappresenta di per
sé un buon punto di partenza per una strategia difensiva.
Le possibilità, da parte della vittima, di scongiurare
l’atto di violenza o limitarne le conseguenze dipenderà
anche dalle circostanze in cui esso avviene, dalle opportunità
che si profileranno rispetto ad una azione difensiva e le
capacità personali.
Da diversi anni, in tutta Italia, si organizzano corsi di
autodifesa che all’insegnamento di tecniche attive
(come l’uso delle arti marziali) affiancano strumenti
cognitivi che permettono di riconoscere la tipologia del
molestatore e di tentare difese (specialmente se impossibilitati
ad agire fisicamente) di tipo psicologico, attraverso l’apprendimento
di tecniche di dissuasione.
Queste ultime rappresentano il miglior esempio di resistenza
“passiva” che si aggiungono, rispetto ai comportamenti
da adottare in caso di aggressione fisica, a quelli di resistenza
“attiva” (affrontare fisicamente l’aggressore,
o tentare di fuggire) e alla sottomissione, finalizzata
alla sopravvivenza soprattutto di fronte ad una situazione
che non presenta alcuna via di uscita.(29 luglio 2009)