Bakira
Hasecic è originaria di Višegrad, presiede l´Associazione
delle donne vittime di guerra, in Bosnia. Vittime di guerra,
quando si tratta di donne, è un mero sinonimo di vittime di
stupro. Non che impieghino eufemismi, al contrario. Sono poco
più di un centinaio, le "attiviste": raccontano
la propria storia, aiutano tante altre a raccontarla, a curarsi,
a trovarsi una casa e sopravvivere. Seguono i processi, nei
quali protervia e intimidazioni degli imputati sono moneta
corrente. Il Tribunale dell´Aja – il primo, nel 2001, a pronunciare
una sentenza sullo stupro come crimine contro l´umanità e
crimine di guerra – ha mezzi scarsi per proteggere le donne
che testimoniano: uno, ovvio ma avvilente, è di non chiamarle
con il loro nome, ma con un numero.
La
testimone 26, la testimone 50. In quel processo fatidico,
presieduto da una giudice dello Zambia, Florence Mumba, furono
sedici le coraggiose testimoni numerate. Nei tribunali locali,
collegati all´Aja, non c´è né protezione, né il minimo sostegno
finanziario. Una giovane, bambina al tempo dello stupro subito
dalle bande di Mladic, è partita in corriera da Srebrenica
per andare a deporre a Sarajevo, alla Procura mista di magistrati
locali e "internazionali". Quando l´hanno congedata,
ha chiesto se non rimborsassero almeno il viaggio. Il giudice
"internazionale", infastidito, ha tirato fuori dalla
tasca dieci marchi. La ragazza l´ha guardato, ha lasciato
i dieci marchi sul tavolo, ed è tornata a Srebrenica. Alcune
donne vivono accanto ai loro aguzzini, tornati a essere vicini
di casa, liberi e spavaldi.
Cento
o duecento donne impavide che si impegnano ad avere giustizia
e a far vergognare gli altri della vergogna che vorrebbero
imporre loro, sono poche, rispetto alle decine di migliaia
che sono state metodicamente violentate durante la cosiddetta
guerra. Si coniò allora la formula di «stupro etnico», oggi
impiegata a vanvera da noi per dire che uno stupratore e una
stuprata non appartengono alla stessa anagrafe nazionale.
Significava, quella formula, che il via libera da sempre concesso
alle proprie truppe sui corpi delle donne del nemico, era
diventato ora lo strumento metodico e programmato di un´intenzione
di «pulizia» etnica. Umiliare le donne «musulmane», ucciderle
o renderle gravide di figli «serbi» - poiché è il padre a
decidere del figlio... - è una piacevole incombenza genocida.
Odioso, nel suo privare ogni donna violata della propria personale
ferita, lo stupro di massa e organizzato, fino al riservato
"bordello di guerra", come a Foca, faceva culminare
il delirio sciovinista e virilista, e svelava il cuore antico
delle guerre. Duelli fra uomini, di cui il corpo delle donne
è insieme posta e campo di battaglia. La prima storia che
imparavamo da piccoli, il ratto delle Sabine, suonava come
l´impresa ardita e astuta dei nostri, i romani, contro gli
altri, i sabini. Un buon pretesto da scultori, per scolpire
donne nude che si divincolavano tra braccia nerborute. Una
gara per interposta donna, come la guerra di Troia, come lo
stupro di Nanchino o la macelleria ruandese. La scena più
esemplare, mille volte replicata, è quella in cui una donna,
o una bambina, viene violentata dalla soldataglia mentre marito
o padre o fratello sono costretti ad assistere.
Ilya
Ehrenburg, grande scrittore e dubbio uomo, o almeno uomo di
tempi dubbi, da propagandista della guerra russa contro il
nazismo, coniò un proclama feroce quanto rivelatore: «Se lasciate
vivo un tedesco, quel tedesco impiccherà un russo e violenterà
una donna russa... Uccidete il tedesco: questa è la preghiera
della vostra vecchia madre. Uccidete il tedesco: questo è
quello che i vostri figli vi implorano. Uccidete il tedesco:
questo è il grido della vostra terra russa». Da qualche tempo
si può dire, hanno ricominciato a dirlo loro, che furono 2
milioni le donne tedesche stuprate, di tutte le età.
Che
il Consiglio di Sicurezza abbia sancito che lo stupro è un´arma
di guerra, è un gran passo. Lo stupro non è solo il corollario
delle guerre, il suo tristo accompagnamento: è un´arma di
guerra. Ancora un piccolo sforzo, e si riconoscerà in controluce
che lo stupro delle donne non è solo un´arma delle guerre
fra uomini, ma è l´arma simbolicamente decisiva della universale
guerra degli uomini contro le donne, e che stupro e assassinio
di donne in tempo di pace sono una forma di addestramento
militare e di caparra privata sulla guerra generale. Condoleezza
Rice si è battuta per questo risultato, che contraddice l´oltranzismo
con cui gli Stati Uniti pretendono impunità dalla legge internazionale,
non ratificando il Tribunale Penale internazionale, o per
l´amara vicenda di Nicola Calipari. Affare di donne, merito
di donne. Ci vuole ancora un enorme coraggio. Giovani donne
cecene violentate sono al bando della propria stessa famiglia,
o uccise, o spinte a riscattarsi immolandosi contro il nemico.
Devono liberarsi furtivamente del frutto della propria sventura,
o tenerlo nell´infamia. Gli stupratori, come nelle "caserme
del sesso" di Foca, curano di imprigionare le loro vittime
così a lungo che non possano più abortire. La pancia di una
donna stuprata diventa come la terra nella quale penetrano
le bombe d´aereo destinate a scoppiare di lì a qualche mese.
Donne fuggono lontano, a lasciare quei figli della violenza.
Pochissime, eroicamente, scelgono di tenerli, e di amarli
e considerarli come proprii, rovesciando così l´intenzione
belluina dei violentatori. Elsa Morante amò di un amore di
madre il piccolo e fatato Useppe della Storia, nato dallo
stupro maldestro di un soldatino nazista. Nel romanzo di Slavenka
Drakulic, «Come se io non ci fossi», la donna violata sceglie
di dare alla luce il bambino, lontano, in Svezia, e di lasciarlo
adottare. Drakulic ha tolto il suo titolo da «Se questo è
un uomo», e per la prima volta mi sono indotto a pensare separatamente,
«Se questa è una donna». Si dice di quasi due milioni di nati
dallo stupro di guerra. Le donne ne tacciono o ne parlano,
restano sole o si cercano. E gli uomini? Gli uomini del tempo
di pace, e della pubblica ipocrisia, fanno come se la cosa
fosse insieme naturale ed estranea, cosa d´altri, di luoghi
poveri arcaici ed esotici, anche quando succede alle porte
di casa, anche quando la cronaca quotidiana incalza, anche
quando si pubblicano le cifre delle violenze compiute da militari
dell´Onu e civili di interventi «umanitari». Noi uomini abbiamo
una certa virile renitenza all´autocoscienza, personale o
di gruppo, e facciamo presto a sentirci esonerati: dopotutto,
siamo noi stessi a esonerarci. Non ci vergogniamo di dire
che la prostituzione è un problema delle prostitute, al punto
di volerle rimpatriare: la patria delle prostitute è l´unica
in cui siamo davvero di casa. Così lo stupro, anche quando
le sue vittime siano così brave da chiederne e ottenerne una
piccola giustizia, un piccolo risarcimento morale e materiale,
resta un problema delle stuprate. Se questo è un uomo.