Ferdinando
Pelliccia, giornalista e grande conoscitore delle crisi mondiali,
ci racconta il Darfur e il suo dramma. La verità raramente
citata dai media.
Il
Darfur, letteralmente ‘terra dei Fur’, è
la regione che si estende ad occidente del Sudan, di cui è
parte integrante e si divide in: Darfur meridionale, settentrionale
e occidentale. Esso è abitato in parte da tribù
nomadi arabo-musulmano dedite alla pastorizia, e in parte
da tribù stanziali africane di religione animiste,
cristiane e anche musulmane dedite all’agricoltura.
Il governo sudanese, con sede a Khartoum, è guidato
dal presidente Omar el-Beshir, islamico e tendenzialmente
integralista, che nella gestione della cosa pubblica si ispira
ai criteri della legge islamica, la Sharia. La linea politica
del governo sudanese è accentratrice, contraria alle
ipotesi federaliste o scissioniste abbracciate dai movimenti
di opposizione e di resistenza del Darfur. Nella regione sud
occidentale del Sudan, dal febbraio 2003, agiscono i ribelli
dell’Esercito di liberazione del Sudan (Sla) e del Movimento
per la giustizia e l’eguaglianza (Jem) contro cui si
sono scatenati gli Janjaweed, i ‘diavoli a cavallo’,
miliziani arabi filo governativi che il governo di Khartoum
arma e finanzia. Il governo sudanese è appoggiato di
Cina, Russia e Iran e in maniera più defilata, del
Canada. I ribelli invece sono sostenuti da Israele e Usa.
Il sottosuolo del Darfur è ricco di risorse minerarie
e petrolifere che ora sono sfruttate prevalentemente dai cinesi
e canadesi. Risorse che fanno gola anche alle altre potenze
mondiali che finora invece sono state escluse. I Paesi confinanti
si inseriscono nel gioco della destabilizzazione dell’ex
protettorato inglese, con aiuti al governo o ai ribelli, incursioni
in territorio sudanese, speculazioni sul flusso dei profughi.
Particolare importanza in tal senso riveste il Ciad. Si stima
che a causa del conflitto in corso nel Darfur siano morte
quasi 200mila persone e oltre 2,5 milioni siano i profughi.
Molti villaggi, si stima almeno 200, sono stati bruciati e
saccheggiati e i loro abitanti hanno subito uccisioni, mutilazioni,
torture fisiche e psicologiche. Tutti atti che rendono chiaro
quanto si voglia impedire la sopravvivenza dell’etnia
africana che popola la regione. Sono innumerevoli anche gli
stupri e i rapimenti di donne e bambini. Molti degli adolescenti
rapiti sono, se donne vendute come schiave nei Paesi arabi
del golfo, se maschi reclutati tra le fila dei ribelli o dei
miliziani. In Darfur fino allo scorso 31 dicembre, come osservatori
e per proteggere i civili, erano stati dispiegati, dal 2004,
7500 peacekeepers africani sotto l’egida dell’Unione
Africana (Ua). La missione che era denominata ‘Amis’
ha fallito nel compito affidatogli perchè non è
riuscita ad imporre la sua autorità nella regione.
I soldati del contingente dell’Ua più volte sono
stati attaccati sia dai ribelli sia dai miliziani filo governativi
subendo perdite in mezzi e uomini e per non diventare anch’essi
vittime del conflitto si sono dovuti barricare nei loro campi
fortificati. La missione, alla fine del suo mandato, ha registrato
la perdita di oltre venti militari. La scelta di una forza
di pace così composta, solo con soldati messi a disposizione
da Paesi africani, era stata fatta per la volontà espressa
dal governo di Khartoum. Dall’inizio dell’anno
è iniziato, nella regione sudanese, il lento dispiegamento
di una nuova forza di pace mista Onu/Ua denominata ‘Unamid’.
Il nuovo contingente costituito da oltre 20mila caschi blu
sostituirà l’Amis. Il regime sudanese, come aveva
fatto con la precedente missione, anche stavolta ha accettato
sul suo territorio solo militari provenienti da Paesi africani
opponendosi al dispiegamento, che costituisce la parte più
massiccia, dei caschi blu occidentali. Le autorità
di Khartoum, nel giustificare il loro comportamento, si appellano
al fatto che nutrono seri timori che l’operazione possa
celare occulti tentativi, da parte di governi occidentali,
di interferire sulla sua politica interna. La verità
è un’altra. Nel Paese africano, le autorità
sono consapevoli che la presenza in Darfur di un contingente
di peacekeepers integrato con unità occidentali, meglio
armate e meglio addestrate, sicuramente avrebbe facile controllo
dei miliziani e dei ribelli ponendo forse, fine al conflitto
in corso nel Paese. Le Nazioni Unite hanno le mani legate.
L’organismo internazionale può intervenire in
Darfur solo se è dichiarato che nel Paese africano
è in corso un genocidio. La comunità internazionale
non ha ancora fatto questa dichiarazione e appare difficile
che la possa fare in futuro. Una mancanza questa, dovuta soprattutto
al fatto che Cina e Russia, che appoggiano il governo sudanese,
hanno posto sempre il loro veto in seno al Consiglio di Sicurezza
dell’Onu. Il presidente americano George W. Bush, in
molte occasioni, ha lanciato appelli alle Nazioni Unite per
sollecitarne un intervento più deciso per fermare il
conflitto in Darfur. L’amministrazione americana è
stata finora l’unica ad utilizzare il termine genocidio
per indicare la tragedia in corso in Sudan. Per l’Onu
invece sebbene in Darfur siano stati compiute uccisioni di
massa, quanto sta accadendo in quella regione, non è
genocidio perché non è dimostrato l’intento
di volerlo compiere. Questa negazione è resa ancora
più grave dalle tante analogie con quanto è
accaduto nel 1994 in Ruanda. Finora, Washington, sebbene con
riluttanza, è restata in disparte per dare modo alle
diplomazie internazionali di negoziare con il governo sudanese.
Di fronte all’impotenza dimostrata dalla comunità
internazionale, la Casa Bianca ritiene che ormai il tempo
delle promesse sia finito e che il presidente sudanese el
Bashir debba agire rispettando gli impegni presi. Finora non
ne ha rispettato nemmeno uno continuando a bombardare indifesi
villaggi, riunioni di capi religiosi e di ribelli, impedendo
la distribuzione di cibo alla popolazione, facendo avvelenare
i pozzi d’acqua potabile, distruggendo i raccolti e
gli alberi da frutta. Inoltre, fatto ancor più grave,
ha ordinato di dipingere i suoi aerei di bianco, nella speranza
che potessero essere confusi con quelli dell’Onu, per
trasportare armi ed eludere l’embargo che vige nei confronti
del suo Paese. Le violenze in Darfur, alimentate da un’opportuna
‘strategia del terrore’, sono confermate anche
dalle denuncie dei volontari, sudanesi e stranieri, che operano
per conto delle organizzazioni umanitarie non governative
(Ong). Questi ormai sono considerati, da chi ha interesse
a fomentare le violenze nella regione occidentale sudanese,
scomodi testimoni di quanto avviene in quei luoghi. Motivo
questo che potrebbe giustificare il perché, in molte
aree della regione, anche gli operatori umanitari sono stati
attaccati dagli Janjaweed allo scopo di intimidirli e allontanarli.
Una strategia, che sembra essere vincente in quanto diverse
Ong, fortemente colpite negli ultimi mesi, hanno deciso di
abbandonare il Paese lasciando senza assistenza migliaia di
profughi. La situazione nei campi profughi è drammatica
in quanto allestiti per ospitare 20mila persone ne raccolgono,
in media, oltre 40mila. Durante il giorno i profughi sono
assistiti dai volontari delle Ong, e vigilano sulla loro sicurezza
i soldati dell’Ua. Al calare delle tenebre, sia gli
operatori umanitari sia i militari, abbandonano i campi e
si ritirano, per trascorrere la notte, nei loro accampamenti
ritenuti più sicuri. I profughi a questo punto sono
lasciati in balia delle incursioni degli Janjaweed e dei predoni.
Un altro sconcertante dato emerge dall’attuale situazione
nella regione sudanese. Un’indagine delle Nazioni Unite,
i cui risultati sono stati riportati in un recente rapporto,
ha indicato che in Darfur, nei villaggi distrutti o abbandonati
dalla popolazione d’etnia africana, negli ultimi mesi
si sono stabiliti oltre 30 mila arabi provenienti dal Ciad
e Niger. Questa notizia conferma quanto ipotizzato finora
che nella regione sudanese è in corso una vera e propria
pulizia etnica. Il governo di Khartoum, che sta favorendo
questi insediamenti, è quindi intenzionato a cambiare
l’aspetto demografico dell’intera regione ripopolandola
con genti d’etnia araba. (13
luglio 2009)