Già
prenotate un miliardo di dosi, business gestito da quattro
colossi farmaceutici
Lotta contro il tempo per produrre il medicinale. Al via
in Australia i primi test sull'uomo
Virus
A, affari d'oro per Big Pharma
Il vaccino vale 10 miliardi di dollari
Forse, alla fine,
la pandemia non ci sarà. Forse, il vaccino arriverà
troppo tardi. Ma i soldi, nelle casse di Big Pharma, chiamata
in fretta e furia a preparare l'antidoto, stanno già
entrando a fiumi. È un business da 10 miliardi di
dollari: la paura non conosce recessione. Anche se ogni
singola dose di vaccino è destinata a costare una
decina di euro, infatti, è il volume delle vendite
a fare massa. Una delle maggiori banche d'investimento mondiali,
J. P. Morgan, ha calcolato che i governi dei vari paesi
abbiano già prenotato, presso le 3-4 aziende in grado
di produrre il vaccino su larga scala, almeno 600 milioni
di dosi.
Per un controvalore
di 3 miliardi di euro, circa 4,3 miliardi di dollari. Nei
giorni scorsi, si è aggiunta la Francia, con un ordine
per 94 milioni di dosi e un assegno da 1 miliardo di euro.
E la lista è destinata ad allungarsi.
J. P. Morgan stima
che, alla fine, ai 600 milioni di dosi già prenotate
se ne sommeranno altri 350 milioni, per un'ulteriore fattura
di oltre 2 miliardi e mezzo di dollari, più di 1,8
miliardi di euro. Di fatto, per Big Pharma è un affare
a colpo sicuro. Il miliardo di dosi prenotate, o in via
di prenotazione, è largamente insufficiente a coprire
una popolazione mondiale che sfiora i 7 miliardi di persone.
Ma è anche, più o meno, il massimo che gli
impianti attuali possano produrre, sotto forma di fiale
da iniettare (in Europa) o di spray nasale (negli Usa).
Non ci saranno rimanenze di magazzino.
A spartirsi questo
imponente business dell'influenza suina è un ristretto
gruppo di giganti dell'industria farmaceutica: GlaxoSmithKline,
Sanofi Aventis, Novartis, Astra Zeneca. Accanto ai vaccini
antinfluenza ci sono, però, anche le medicine per
chi, l'influenza, l'ha già presa. Anche qui, è
Big Pharma a dominare il mercato. Anzitutto con il Tamiflu
della Roche. E poi con il Relenza, ancora di GlazoSmithKline.
Secondo J. P. Morgan, Tamiflu e Relenza porteranno, rispettivamente
a Roche e Glaxo, vendite per 1,8 miliardi di dollari nei
paesi ricchi, più 1,2 miliardi di dollari nei paesi
in via di sviluppo. Complessivamente, altri 3 miliardi di
dollari, oltre 2 miliardi di euro. Fra vaccini e medicine,
il rischio pandemia vale, per Big Pharma, circa 10 miliardi
di dollari.
Di contro, senza
i grandi nomi dell'industria farmaceutica, probabilmente,
non ci sarebbero né le medicine, né la speranza
del vaccino. Cinque anni fa, nell'inverno 2004-2005, negli
Usa non si riuscì a mettere insieme le dosi previste
di vaccino contro l'influenza ordinaria, prodotte da due
aziende relativamente piccole: Aventis Pasteur e Chiron.
In effetti, Big Pharma si teneva per lo più lontana
da un settore che appariva poco promettente: nel 2004 le
vendite complessive di vaccini in generale - non solo per
l'influenza - raggiungevano appena gli 8 miliardi di dollari,
meno degli incassi di un singolo farmaco fra i più
diffusi.
Poi, alcune aziende
hanno scoperto che, con i vaccini, si possono far soldi.
La Wyeth con un vaccino contro lo pneumococco (84 dollari
a dose). La Merck con uno contro il papilloma (130 dollari
a dose). Big Pharma ha scoperto il settore: Novartis ha
comprato Chiron, Sanofi ha preso Aventis Pasteur, Astra
Zeneca Medimmune, Glaxo ID Biomedical, ancora Sanofi la
Acambis, Pfizer ha assorbito Wyeth. Senza questa concentrazione
di mezzi e di ricerca, dicono gli uomini delle grandi aziende,
non ci sarebbero oggi le risorse industriali per una risposta
rapida all'emergenza pandemia.
Nonostante questo
spiegamento di forze, peraltro, il vaccino, anche se prenotato,
è ancora un punto interrogativo. Gli scienziati della
Novartis hanno fatto sapere che, nei test di laboratorio
sul virus della suina, riescono a produrre solo il 30-50
per cento dell'antigene (l'antigene è l'elemento
attivo del vaccino) che normalmente si ottiene per il virus
dell'influenza ordinaria. Più antigene si crea, più
dosi si possono produrre. Inoltre, il processo di fabbricazione
è ancora lungo: una volta isolato il virus in laboratorio,
le milioni di dosi di vaccino vanno coltivate in altrettanti
milioni di uova di gallina, per un periodo di 4-6 mesi.
È per questo
che non si sa ancora con sicurezza quando il vaccino prenotato
sarà effettivamente disponibile. Esiste un metodo
più rapido: la produzione del vaccino direttamente
su una cultura di cellule. È una procedura già
usata per altri vaccini, ma ancora non autorizzata per l'influenza.
L'emergenza pandemia potrebbe costringere a bruciare i tempi.
(22 luglio 2009).