POLITICA-USA:
Neocon, nuova strategia per la politica estera
WASHINGTON,
27 marzo 2009 (IPS) - Una nuova organizzazione neocon per
la politica estera, da poco formata negli Usa e con obiettivi
ancora poco chiari, riporta alle mente gli anni ’90,
quando i precursori formulavano la nuova strategia di politica
estera aggressiva e unilaterale che fu poi messa in atto
dall’amministrazione di George W. Bush
di
Daniel Luban e Jim Lobe
Chiamata
banalmente “Iniziativa per la politica estera”
(Foreign Policy Initiative, FPI) - da un’idea dell’editor
del Weekly Standard William Kristol, del guru della politica
estera neoconservatrice Robert Kagan e dell’ex funzionario
del governo Bush Dan Senor - il gruppo finora ha mantenuto
un profilo basso: la sua unica attività ad oggi,
la promozione di un convegno sulla strategia della “surge”,
un’escalation della presenza militare degli Stati
Uniti in Afghanistan.
Ma
qualcuno vede nella FPI l’erede del gruppo di Kristol
e Kagan, l’ormai defunto “Progetto per un nuovo
secolo americano” (Project for the New American Century,
PNAC), lanciato nel 1997 e divenuto noto soprattutto per
aver guidato la campagna nazionale per spodestare l’ex
presidente iracheno Saddam Hussein, sia prima che dopo gli
attacchi dell’11 settembre.
Tra
i soci fondatori del PNAC vi erano diverse figure poi salite
ai piani alti nell’amministrazione Bush, come il vicepresidente
Dick Cheney, il segretario della difesa Donald Rumsfeld,
e il suo vice, Paul Wolfowitz.
La
FPI è stata fondata all’inizio di quest’anno,
ma mancano informazioni sul gruppo, che finora è
stato per lo più ignorato dai media. Sul sito web
dell’organizzazione, nella lista dei tre membri del
consiglio di amministrazione figurano Kagan, Kristol e Senor,
salito alla ribalta come portavoce delle autorità
d’occupazione in Iraq.
Due
dei tre membri dello staff della FPI, i direttori politici
Jamie Fly e Christian Whiton, vengono direttamente dalle
poltrone della politica estera dell’amministrazione
Bush, mentre il terzo, Rachel Hoff, arriva dalla Commissione
nazionale repubblicana del Congresso. Contattato per un’intervista
presso la sede del gruppo, Fly ha riferito tutte le domande
a Senor, che non ha voluto rispondere.
Quanto
alla missione dell’organizzazione, si dichiara che
“gli Stati Uniti sono ancora una nazione indispensabile
per il mondo”, e si avverte che “il problema
non è puntare in alto, e trincerarsi non è
la soluzione” alle attuali disgrazie finanziarie e
strategiche di Washington. Si chiede poi un “continuo
impegno - diplomatico, economico e militare - nel mondo,
e il rifiuto di politiche che ci porterebbero a cadere sulla
via dell’isolazionismo”.
La
dichiarazione di missione si apre con una litania di minacce
assai familiare per gli Usa, come “stati canaglia”,
“stati falliti”, “autocrazie” e
“terrorismo”, ma mette in primo piano le “sfide”
poste dai “poteri emergenti e rinascenti”, tra
cui vengono citate solo Cina e Russia.
La
centralità attribuita a questi due paesi sembra riflettere
l’influenza di Kagan, che negli ultimi anni ha sempre
sostenuto che il XXI secolo sarà dominato da una
lotta tra le forze della democrazia (guidata dagli Usa)
e l’autocrazia (guidata da Cina e Russia). Kagan ha
proposto la creazione di una “Lega delle democrazie”
come meccanismo per combattere il potere russo e cinese,
e la dichiarazione della FPI sottolinea la necessità
di un “forte sostegno agli alleati democratici dell’America”.
Questa
enfasi sembra suggerire che la FPI intende fare del confronto
con Cina e Russia la colonna portante della propria posizione
in politica estera. In questo caso, sarebbe segnato il ritorno
ai primi tempi dell’amministrazione Bush, prima dell’11
settembre, quando il Weekly Standard di Kristol cominciava
a lanciare una serie di attacchi contro Washington per la
sua presunta “pacificazione” con Pechino.
Per
il suo debutto ufficiale, però, la FPI ha scelto
di promuovere un’escalation dell’impegno militare
americano in Afghanistan. Il primo evento dell’organizzazione,
previsto per il 31 marzo a Washington, sarà infatti
un convegno intitolato “Afghanistan: pianificare il
successo”.
Principale
relatore alla conferenza, il senatore John McCain, candidato
repubblicano alle presidenziali del 2008 e da tempo favorito
sia di Kagan che di Kristol. A febbraio, McCain aveva pronunciato
un discorso, ben propagandato, sostenendo che gli Usa non
si sarebbero potuti permettere di ridimensionare il loro
impegno militare in Afghanistan, e chiedendo invece di raddoppiare
gli sforzi per vincere la guerra.
Tra
gli altri partecipanti, l’analista dell’American
Enterprise Institute (AEI), fratello di Robert e tra i principali
fautori della strategia di aumento delle truppe in Iraq,
“surge”; l’esperto di controinsorgenza
tenente colonnello John Nagl; e la nuova direttrice del
Centre for a New American Security e rappresentante democratica
dei falchi Jane Harman.
La
FPI ha inevitabilmente suscitato paragoni con il PNAC, una
“organizzazione sulla carta” fondata da Kristol
e Kagan poco dopo la loro pubblicazione su “Foreign
Affairs”dell’articolo “Verso una nuova
politica estera neo-reaganiana”, che chiedeva a Washington
di praticare una “egemonia globale benevola”
e avvertiva contro ciò che vedevano come la deriva
post-guerra fredda del Partito repubblicano verso un “neoisolazionismo”
dopo il passaggio di consegne a Bill Clinton alla Casa Bianca.
”Mi ricorda il Progetto per un nuovo secolo americano”,
ha osservato Steven Clemons, direttore dell’American
Strategy Programme alla New American Foundation. “Come
il PNAC, diventerà un luogo d’incontro per
chi desidera vedere rafforzata la macchina militare Usa
e chi divide il mondo tra chi rappresenta il male e chi
dovrà sconfiggerlo.
La
dichiarazione di principi del giugno 1997 chiedeva una “politica
reaganiana di forza militare e chiarezza morale”,
che comportasse un “aumento significativo della spesa
per la difesa” ed una “sfida ai regimi ostili
ai nostri interessi e valori”.
Nel
gennaio 1998, il PNAC pubblicò una lettera aperta
al presidente Clinton chiedendo di “rimuovere dal
potere il regime di Saddam Hussein”, con la forza
militare se necessario. La lettera era firmata da molti
di coloro che sarebbero diventati gli architetti e i sostenitori
dell’invasione dell’Iraq del 2003, da Rumsfeld,
a Wolfowitz e Abrams, dal futuro vicesegretario di stato
Richard Armitage, al futuro ambasciatore Usa John Bolton.
Nel
settembre 2001, appena pochi giorni dopo gli attacchi dell’11
settembre, un’altra lettera del PNAC chiedeva al presidente
Bush di estendere la portata della “guerra al terrore”,
al di là delle persone immediatamente responsabili
degli attacchi, per includere l’Iraq e gli Hezbollah
libanesi.
E
nell’aprile 2002, il gruppo definitva Yasser Arafat
e l’Autorità palestinese (AP) “una rotella
nell’ingranaggio del terrorismo in Medio Oriente”,
paragonava Arafat al leader di Al Qaeda Osama bin Ladem,
e chiedeva agli Usa di mettere fine al sostegno sia all’AP
che ai negoziati di pace israelo-palestinesi.
”La
lotta di Israele contro il terrorismo è la nostra
lotta”, diceva, sollecitando Bush ad “accelerare
i piani per spodestare Saddam Hussein”.
Che
il debutto pubblico dell’FPI sia incentrato proprio
sul perché Washington dovrebbe aumentare il proprio
impegno in Afghanistan è un fatto curioso, visto
il ruolo avuto dal PNAC e da altri falchi dentro e fuori
l’amministrazione nel premere per l’invasione
dell’Iraq, subito dopo la campagna Usa per fermare
i talebani e Al Qaeda in Afghanistan alla fine del 2001.
Molti esperti ritengono che il trasferimento delle risorse
militari e di intelligence verso l’Iraq abbia permesso
sia ai talebani che alla leadership di Al Qaeda di sopravvivere
e di riorganizzarsi.
L’assoluta
priorità data dall’amministrazione Bush all’Iraq
- ancora una volta, con il forte incoraggiamento del PNAC
e dei suoi sostenitori - in quanto “fronte centrale
nella guerra al terrore”, ha anche comportato la mancata
disponibilità di risorse per sostenere il governo
filo-occidentale del presidente Hamid Karzai.
Il
PNAC ha di fatto cessato le sue attività all’inizio
del secondo mandato di Bush. Questo può essere in
parte dovuto alla pessima pubblicità che il gruppo
si è guadagnato per il ruolo determinante avuto nel
provocare la guerra in Iraq. Ma la formazione della FPI
potrebbe essere sintomatico del fatto che i suoi fondatori
sperano ancora una volta di coltivare una politica estera
più aggressiva durante il loro esilio dalla Casa
Bianca, preparandosi alla loro futura riconquista del potere
politico.